16 marzo 2013

Pezzi di vetro

Gli capita ogni tanto di sentire gente dire Io sono così, genuino, vado per istinto, le cose che ti devo dire te le dico in faccia, prendere o lasciare.

Così lui lascia. Non confonde genuinità con sincerità, quella purtroppo la da per scontata nei suoi amici. Genuino può esserlo un cane, un pò meno un gatto, ma non di certo un essere umano. Conosce bene il suo istinto e si lascia consigliare da esso, ma non si fa condurre da lui, un servo che guida il padrone, dove potrebbe portarlo?


Siamo esseri istintivi, ma le cose che diciamo, come ci comportiamo, dovrebbero essere setacciate dalla nostra coscienza, o buon senso almeno se questa manca, perchè a dire le prime cose che passano per la testa si finisce in un fragore di vetri infranti.


Così lui lascia.
A pezzi.


8 marzo 2013

L'inverno di una vite


Spogli di tutto
ci si aggrappa ad ogni cosa,
quando è inverno. 
Ma l’estate arriverà
con i suoi frutti.

Non ci faremo schiacciare dal loro peso,
rigogliosi ci mostreremo


14 febbraio 2013

Per un calice di vino




L’enoteca che sta davanti ai giardini pubblici di via Enrico Fermi è gestita da Toni. Il nome della via, scritto su di un cartello, è montato su di un palo proprio vicino all’ingresso della taverna, all’altezza dell’attraversamento pedonale e sembra essere stato messo lì apposta dalla giunta comunale. I clienti che escono traballanti dal tempio di Bacco trovano un appiglio sicuro a cui aggrapparsi prima di rischiare la traversata della via. Rischio che tuttavia vale la pena correre quello di sfidare le macchine che escono all’improvviso dalla curva a gomito che precede il locale, per il semplice fatto che, dall’altra parte della strada, nei vicini giardini pubblici abbondano le panchine. Se fossimo uno di quei signori a passeggio con il nostro cane in una mite serata primaverile e decidessimo di portarlo proprio in quei giardini comunali che offrono, tra l’altro, un’aria dedicata alle necessità dei nostri amici animali, e una volta liberatolo nel recinto decidessimo di trovare una panchina per sederci e riposare le nostre gambe pesanti per qualche minuto, non troveremmo posto alcuno, occupate invece dai corpi addormentati dei clienti intenti a smaltire la sbornia. E se inorriditi da quello spettacolo decidessimo di andare a far valere le nostre ragioni di cittadino contro quel ristoratore, nell’attraversare la strada incontreremmo sicuramente qualche persona aggrappata a quel palo che ha sopra un cartello con su scritto E. Fermi. Una volta entrati poi, chiedendo del gestore, ci sarebbe venuto incontro un uomo di bell’aspetto, gradevole, sorridente, gentile nei modi e non ci sarebbe sovvenuto alcun motivo di rimprovero e l’allegria, la freschezza e la festosità dell’ambiente e della gente che vi sedeva ci avrebbero fatto dimenticare persino del motivo della nostra uscita serale e ci saremmo ritrovati al bancone a ordinare l’ennesimo calice di vino, e condividere i nostri problemi con qualche cliente divenuto amico per poi andare con lui a smaltire la sbornia nei giardini pubblici, prima di rientrare barcollanti in casa, ringraziando il cane venutoci a svegliare.
Toni è originario del veneto, come la maggior parte del vino che vende. Proviene da una zona particolarmente vocata al Dio Bacco, l’area che sta a nord-est di Verona, vicino alla più rinomata, per chi si intende di vini, Valpolicella. Il nome era molto usato in passato per definire un luogo celestiale, quasi incantato. La derivazione di Soave è ammantata di leggenda. Ignari di tutto, avendo dalla nostra parte la fortuna di ritrovarsi in quell’enoteca con poca gente intorno, in uno di quei rari momenti di tranquillità rispetto alla solita fiumana di persone che nei giorni di festa si riversa assetata sui suoi tavoli, mentre Toni ci stappa la bottiglia proprio sotto il naso liberando inebrianti aromi, potremmo ascoltare la storia secondo la quale la città di Soave è così chiamata per via del sentimento che s’impadronisce di coloro che bevono il vino che ne porta il nome. Protetta dalle correnti gelide a nord dalle Prealpi Orientali, resa fertile dalle acque dell’Adige e mitigata dal vicino lago di Garda, la terra che ne deriva non potrebbe avere altro nome e nel suo vino ne è disciolta l’essenza. “Soave Deriva dal latino Suavem e significa piacevole ai sensi, produce al palato un’impressione dolce e carezzevole”. Il Toni ne è un eletto rappresentante.
Mentre asciuga gli ultimi bicchieri e sistema l’attrezzatura preparandosi per la serata, il locandiere li osserva, hanno tutta la sua attenzione essendo gli unici clienti del locale. Si domanda che problema abbiano, dato che da quando si sono seduti a quel tavolo, e saranno passati circa una trentina di bicchieri asciugati e una pulizia accurata del banco, il ragazzo posto a lui di spalle continua a fissare la prima pagina della lista, quella con la foto dei colli euganei visti da una posizione privilegiata, dalla cima di una delle sue colline, precisamente dal monte della madonna, il più alto, chiamato così, come sostengono alcuni cattolici tra i più praticanti, per l’esclamazione che viene da pronunciare mentre si ammira la spettacolare vista sull’ampia vallata ricolma di viti, mentre la ragazza che gli sta di fronte non ha ancora tolto lo sguardo insofferente da quel poveretto.
La giovane abita nella villetta posta nella via adiacente a quella della taverna. Toni si ricorda di qualche giorno prima quando a notte ormai inoltrata, mentre l’enoteca era prossima alla chiusura e solo un paio di clienti tranquilli riempivano il salone, i due ragazzi erano entrati. Il giovane si era diretto subito al tavolo più vicino a quei due e questo gli era sembrato strano perché le coppiette, di solito, si cacciano sempre negli anfratti più bui del locale. Alla ragazza non era rimasto che seguirlo, disponendosi tuttavia nel lato più isolato del tavolo, se non al riparo, almeno protetta il più possibile da orecchie indiscrete.
Il giovane aveva ordinato un bicchiere di Recioto con dei crostini e del Roquefort spalmato sopra. Toni era rimasto impressionato per quell’accostamento, conosciuto solamente dagli intenditori e sebbene la cucina era chiusa da tempo, era felice per quella richiesta. La ragazza non aveva fame e quindi si era limitata a una bottiglia di birra.
Nel preparare quanto gli avevano ordinato, Toni allungava ogni tanto l’occhio in direzione del giovane esperto di vini e della sua amica. Gli era sembrato che fossero troppo freddi per essere amici e così aveva ipotizzato una litigata, magari avvenuta poco prima in qualche altro locale, a causa di qualche ammiccata alla cubista e qualche cocktail di troppo. Ne aveva viste talmente tante che ormai centrava il bersaglio a occhi chiusi.
Mentre versava il vino nel calice si era domandato come poteva essere che un abitante di questo paese conoscesse l’elisir della sue zone, un vero e proprio nettare di lunga vita. L’aroma che s’innalzava da quel bicchiere gli aveva rammentato di quando, prima della vendemmia, lui e suo padre girassero per i vigneti di famiglia a selezionare i migliori grappoli che poi sarebbero diventati quel vino. Li adagiavano a riposare su dei graticci, avendo molta cura che le cantine fossero costantemente arieggiate per non dare modo a funghi e batteri di prendere possesso di quegli acini. Il lento appassimento e le continue cure facevano si che, quasi otto mesi dopo la vendemmia, l’uva fosse pronta per essere pigiata. Capiamo il motivo per cui, ogni volta che riempie il bicchiere di quel passito, ci versa insieme anche un po’ del suo amore.
Quando gli altri due clienti se ne erano andati abbandonando i tre in quella taverna, la ragazza non aveva trovato più motivo alcuno per rimanere sulle sue e nonostante l’ora della notte portasse sonnolenza, un’energia nuova sembrava essersi generata in lei. Ora sbraitava in direzione del giovane seduto di fronte, che tuttavia non sembrava preoccuparsene. Forte dell’inaspettata alleanza con Toni, si burlavano entrambi, tra sguardi d’intesa ed espressioni buffe a indirizzo della ragazza, della sua indole bacchettona, e mentre il taverniere imitava da dietro al bancone le strigliate di rimprovero della giovane, il ragazzo si sforzava di restare serio e di mantenere una postura adatta a parare cazzotti.
Ora si ritrovano ancora loro tre, ognuno con i propri pensieri ben nascosti chissà dove.
“Sapete già che cosa prendere?”
Il ragazzo si rammarica di essere stato richiamato in quel luogo dal gestore, vorrebbe tornare dove fino a un attimo prima il suo cuore stava in pace.
“Mi potrebbe portare un bicchiere del vino che proviene da queste uve?” indica la foto che fino a poco prima stava osservando.
“Per lei invece, cosa porto?”
“Per me qualcosa di forte”.
“Non è troppo forte ma consiglierei per entrambi una bottiglia del vino proveniente da quelle uve”, strizza l’occhio al ragazzo “E’ un vino giovane, fresco e di gradevole acidità, si chiama Soave e se avete un po’ di fame, vi consiglierei dei crostini con formaggio fresco di capra che mi è arrivato proprio stamattina dal contadino da cui ci riforniamo.”
“Io non ho fame”, ribatte lei.
Il ragazzo che ancora sta fissando il gestore, quasi a scusarsi del tono usato dalla giovane seduta di fronte a lui, sussurra “Io ne prendo una porzione”.
Ancora un sorriso tra i due mentre Toni ritira entrambe le liste, quella della ragazza ancora appoggiata al tavolo nella posizione di origine, e quella del giovane, con un po’ più di fatica dovendogliela quasi strappare dalla mano. Appeso al muro il ragazzo nota un quadro con una scritta, “In vino veritas” legge ad alta voce allontanando quel fastidioso silenzio che si stava nuovamente ricreando.
“Speriamo che sia così”.
Ormai che il ghiaccio si è rotto e forse quel quadro è stato appeso lì proprio con quell’intento, la ragazza non si fa scappare l’occasione.
“Pensi che sia normale il tuo comportamento?”
“Scusa?”
“Meno male che almeno ti scusi.”
“Scusa nel senso che non ho capito che intendi dire.”
“Tu non capisci mai che intendo dire.”
“Ecco che parte con gli insulti.”
“Ancora non ho iniziato con quelli, ti pare normale che se non mi faccio sentire io potrebbero passare intere settimane prima che tu ti decida a farlo?”
“Ma se ti scrivo sempre il messaggio della buonanotte”
“Alle nove di sera?”
“Nove e mezza”
“Ora dimmi che vai sempre a letto così presto”
“Te lo sto dicendo”
“Domani lo chiedo a tua madre a che ora vai a letto”
“Chiediglielo pure”
“Certo che glielo chiedo, e se anche fosse vero che vai a letto a quell’ora, lo fai solo per evitare di sentirmi”
“Ma che ti sei messa in testa? Tu sei tutta matta”
“Sono matta, si, ma per colpa tua”
“Mia? Che cosa ho fatto”
“Nulla, non fai mai nulla, ecco il problema.”
Distolgono entrambi lo sguardo da chi gli sta di fronte, e mentre la ragazza si sofferma sul locandiere intento a preparare i crostini con il formaggio, il giovane sbircia i quadri appesi sui muri in mattoni della cantina. La vista è catturata da un poster che copre un piccolo spicchio dell’immensa parete dove una minuscola Jeep bianca sfida il deserto della Namibia limitato, almeno da una parte, dal blu intenso del mare che contrasta l’infinito arancione della sabbia. Si immagina dentro quella macchina all’incalzare della tempesta, mentre il mare sembra voler inghiottire quella distesa rovente, ma è solo un’impressione perché l’onda, seppure impetuosa, trova sfogo in quelle immense distese.
“Ecco a voi ragazzi” Toni appoggia il vassoio sul tavolo, prende delicatamente i calici e li sistema davanti ai due disegnando una spirale con la base del bicchiere per appianare le pieghe della tovaglia. Stappa la bottiglia di Soave e ne odora lo stato di conservazione fiutandone il tappo. Il ricordo delle vendemmie lo sequestra per un momento, così chiude gli occhi inspirando più forte. Ne versa una piccola quantità al ragazzo che lo assaggia. Un cenno di assenso con la testa ed entrambi i bicchieri si riempiono per metà. Appoggia la bottiglia al centro del tavolo avendo cura di non interrompere la comunicazione visiva tra i due, poi prende il piatto con i crostini e il formaggio e questa volta lo mette proprio nel centro del tavolo.
La ragazza blocca la mano del taverniere e ringrazia con un sorriso le sue attenzioni. Il giovane seduto davanti a lei strabuzza gli occhi sorpreso di quel gesto, non meno meravigliato dello stesso Toni che riprende possesso della sua posizione dietro al bancone.
Alza poi lo sguardo ancora incredulo, ricambiato da quei due occhi troppo giovani. Il bicchiere che sta asciugando gli scivola tra le mani e finisce in mille pezzi ai suoi piedi. Abbassa lo sguardo per rendersi conto del danno combinato, poi lo rialza giusto in tempo per notare l’espressione maliziosa della ragazza. Il giovane si volta attirato dal fragore di vetri infranti e lancia uno sguardo che pare un coltello al taverniere. Si volta di nuovo verso la sua ragazza che, intenta ora ad assaggiar crostini, sembra non badare più ai due pretendenti.
La fortuna giunge sempre in soccorso di chi ne ha meno bisogno e così dalla porta entrano dei signori che chiedono un posto tranquillo dove poter degustare vino e assaggiare salumi. Prende l’occasione per accompagnarli nella saletta privata.
Cerca il modo di restare il più lontano possibile da quei due e allora svolge come meglio sa fare il lavoro del taverniere.
E così Toni riversa su quei poveri signori tutta la sua conoscenza enologica e culinaria dei prodotti tipici delle sue parti. Suggerisce il bollito con la Pearà ossia carne di manzo scortata da una salsa a base di pane grattugiato, formaggio, midollo, brodo e pepe nero al quale abbina un Bardolino dell’azienda Agricola Pigno, gestita dal suo caro amico ed ex compagno delle scuole medie tale Bruno Martari, oppure la Pastissada de Caval, ricetta vecchia di mille e cinquecento anni: la tradizione vuole che al termine della battaglia combattuta nel 489 tra Teodorico, re degli Ostrogoti, e Odoacre, re dei Barbari, vi erano centinaia e centinaia di cavalli che giacevano morti sul terreno. I veronesi affamati, non volendo che tutta quella carne andasse sprecata, la tagliuzzarono e la misero a macerare nel più corposo vino rosso della Valpolicella, aromatizzandola con dovizia di spezie e verdure, per poterla consumare all'occorrenza, cuocendola a fuoco lento. Senza indugio la accosterebbe all’Amarone della Valpolicella il più pregiato vino della zona, mai usato in maniera più adatta a onorare le vittime di guerra che, non solo avevano dato l’anima per i loro stallieri ma persino le carni, e da qui il detto dare anima e corpo. Toni per i suoi clienti ha pensato anche a chi gli animali li vorrebbe solamente accarezzare e per questo ha introdotto nel suo menù la Polenta infasolà priva di ogni proteina animale, ricetta che si sposa a meraviglia con il famoso Prosecco di Valdobbiadene. La sua specialità tuttavia è il fegato alla veneta, niente meno che pezzetti di fegato che si lasciano abbracciare dalla cipolla dorata. Non verrete certo additati di essere degli insensibili assassini di poveri e indifesi animali perché, pace all’anima loro, la ricetta discende direttamente dall’Olimpo e la loro unica sfortuna è quella di essere nati nella fattoria del Toni, o poco più a valle, di quella dei Colomberotto, amici centenari di famiglia e allevatori da generazioni.
“Di solito qui da noi la giornata migliore per consumare le frattaglie è il martedì perché è il giorno in cui mi arriva la carne fresca, ma casualmente proprio oggi mi è stata consegnata della carne freschissima, e vi consiglio un Cabernet Souvignon superiore per risaltare il contrasto con il dolce della cipolla”. Questa è la frase che dice ormai a memoria se qualche avventore, attirato forse dal brontolio dello stomaco o da quell’insegna luminosa con impressa una tavolata piena di gente festante e un fiume traboccante spumeggianti bollicine, arriva nella sua enoteca. Che ci crediate oppure no davanti a un bel piatto di fegato alla veneta, nessuno dei suoi commensali ha mai saputo resistere.
S’inventa ancora una ricetta, che pare anche buona, pur di ritardare il ritorno nell’altra sala e solo l’allergia dei signori a un ingrediente citato ha evitato che quelli la ordinassero. Così finisce il menù e i commensali ordinano. Torna al bancone e si sorprende di quello che vede. La bottiglia di vino sul tavolo dei due litiganti è quasi vuota. I crostini, neanche a dirlo, sono andati via come il pane e un’espressione più rilassata è tornata sui volti dei due amanti.
Passa accanto a loro ma, intenti come sono a parlare, non badano alle faccende di Toni. Così lui torna al suo posto dietro al bancone, avanza l’ordinazione alla cucina e si adopera per pulire e asciugare i restanti bicchieri.
Dalla sua postazione riesce a udire i discorsi che i due fanno e gli scappa un sorriso quando lei fa notare al ragazzo di come sia freddo il suo comportamento, distaccato, di come le sue emozioni siano tenui, troppo per uno che si reputa innamorato, lo vorrebbe più presente ma lo tranquillizza riguardo la sceneggiata avuta prima con Toni: voleva capire quanto lui tenesse a lei. D’altro canto per il ragazzo lei è troppo pressante e insistente e per certi versi perfino stancante, sembra che voglia privarlo della libertà e farne una marionetta, dovendo per forza di cose sapere ogni momento dov’è e cosa sta facendo.
Così ordinano un’altra bottiglia e le parole a fatica rimangono dentro. Da quella fatale serata alcuni atteggiamenti del ragazzo che le avevano suggerito un raffreddamento nel rapporto avevano generato in lei la sensazione che lui avesse smesso di amarla e solo questo è il motivo per cui lei ha cercato di essere più presente nella sua vita, più disponibile e si faceva estenuante solo per capire il motivo di tanta sfuggevolezza. Lui allora smentisce di non amarla più, che il tenere per sé le emozioni è una sorta di autodifesa, perché ogni volta che si è lasciato andare ha avuto dei veri e propri traumi emotivi e sempre più tempo ci è voluto ogni volta per rinsavire.
Tutto quel vino ingurgitato ha stimolato, oltre che la lingua, anche qualcos’altro e la prima a cedere è la ragazza che a un certo punto si alza e corre in bagno. Così Toni, confortato da quanto appena udito sul rappacificamento tra i due, si dirige verso il ragazzo e senza dire niente gli si siede accanto. Lo guarda come un padre guarderebbe suo figlio.
Il ragazzo, già visibilmente provato se non dalle due bottiglie di vino, dall’esalazione dei sentimenti avuti con la ragazza, si lascia andare abbracciando, a sua volta, il busto del taverniere. A essere lì con loro in quella taverna, vedendo la scena, non potremmo esimerci dal gettare fuori qualche lacrima, e così fa pure il ragazzo ormai libero da ogni freno inibitore.
“Io amo lei” singhiozza il giovane.
“Si lo so, è una bella ragazza, mi spiace per quello che ti ha fatto passare ma io non provo nulla per lei, lo ha fatto solo per farti ingelosire, perdonala, sono solo ragazzate” cerca  di consolare il ragazzo.
“Io amo lei, io amo lei” Ribadisce piangendo sempre più forte e sempre più forte Toni lo stringe a sé.
“Su su, ragazzo, fatti coraggio, va tutto bene”.
“Io amo lei, io amo lei, io amo lei” è rotta dal pianto la sua voce mentre una mano si appoggia sulla gamba di Toni in una maniera tale da lasciare poco spazio a interpretazioni.
In un tempo che potremmo giudicare troppo lento se ci trovassimo nella stessa situazione del taverniere, forse nel rispetto di quella simpatia reciproca che legava quelle due persone, Toni cerca di scostarsi, imbarazzato, da quella stretta: “Ma lei chi?”
Si videro di fronte la ragazza che, ignara di tutto, era tornata dal bagno.
“Andiamo?” domanda rivolta al ragazzo.
Come se nulla fosse il giovane si alza.
“Quanto le dobbiamo per il vino”
“Niente niente offre tutto la casa”. Sperando così di non doversi più confrontare con quei due avvenenti fidanzati. E mentre il ragazzo si è già diretto alla porta, la giovane si avvicina a Toni.
“Grazie di tutto, stai certo che saprò ripagarti in un modo o nell’altro” e detto questo stampa le sue labbra su quelle dell’enologo.
Escono dall’enoteca i due, ignari dei segreti che l’uno cela all’altro.
Frastornato dagli eventi, a Toni cedono le gambe e si ritrova seduto su quel tavolo che, in vent’anni di onorata carriera non ne aveva mai sentite così tante tutte insieme. Il suo sguardo è fisso sulla bottiglia che contiene ancora non più di un dito di vino. Se lo versa così nel bicchiere che fu del ragazzo, prende l’altro calice che ancora contiene qualche centilitro di Soave e lo versa in quello che gli sta davanti. In un sol colpo tutto è nello stomaco “Questo è un miracolo divino”.
Tale padre tale figlio, niente di più vero per questo taverniere.
A memoria d’uomo non si ricordava un periodo tanto lungo di pioggia quando Toni nacque trentatre anni fa. Pioveva ininterrottamente da tredici giorni e il paese era ormai diventato un immenso lago. Fosse piovuto ancora un giorno la vendemmia dell’intero anno sarebbe andata in malora, di questo il padre di Toni ne era certo. All’inizio non ci avevano fatto caso, un giorno, due, tre, cinque, l’avevano aspettata tanto quella dannata pioggia e ora finalmente era arrivata. Dopo nove giorni di precipitazioni anche lui aveva iniziato a preoccuparsi. Era andato nei campi per bucherellare il terreno nella speranza che l’acqua defluisse peggiorando la situazione, tanto che il terreno stava franando a valle. La madre aveva iniziato ad accendere ceri al Signore e le donne di casa si radunavano ogni sera intorno al camino dicendo il rosario. L’acqua entrava a ondate dalla porta di casa e le fondamenta, ormai zuppe, si gonfiavano in maniera preoccupante.
Le strade erano tutte inagibili e ogni famiglia ormai era lasciata a se stessa.
Per questo motivo la madre non era potuta andare in ospedale quando, un mese prima del previsto, ad 8 mesi scarsi le si ruppero, neanche a dirlo, le acque. Nello stesso istante in cui la testolina di quella piccola creatura uscì dal corpo esausto della madre, il cielo chiuse i rubinetti e un raggio di sole fece la sua apparizione nella casa, squarciando le finestre umide.
“Questo è un miracolo del Signore nostro Gesù Cristo” ebbe a dire Angela, la sorella della madre che l’aveva assistita durante il travaglio.
“E qual è stato il primo miracolo di Gesù? Trasformare l’acqua in vino” urlò festante il padre che non si era lasciato impressionare per niente dall’evento, del resto era abituato a vedere certe scene, perfino più crude di questa, che a far nascere maiali e capre non ci pensava certo la cognata. Prese così una bottiglia di Recioto, la aprì e vi riempì un bicchiere. Poi si avvicinò al figlio ancora sporco del parto e, intingendo il pollice nel passito gli disegnò una croce sulla fronte. Il resto del vino lo bevve in un sol colpo. “Questo è un miracolo divino” e nessuno dei presenti osò chiedere a cosa facesse riferimento.
Il rumore della campanella connessa alla porta avverte dell’ingresso di altri clienti, tre giovani donne, una con un cappello di carta con sopra scritto in numero ventisette, intente, così pare, a festeggiare il compleanno di quest’ultima.
Il taverniere si ricorda allora che la strada del vino non è quella che collega le innumerevoli cantine agli immensi vigneti della sua zona ma è quella che dallo stomaco risale su fino alla testa e da lì alla bocca, ma nel percorso passa dal cuore che viene derubato di tutti i suoi segreti. Così non è mai la lingua che parla ma sempre il cuore.
Il calice quasi vuoto in mano a Toni fluttua allegramente come lo svolazzare di una farfalla disegnando ampi cerchi nell’aria. Ogni suo gesto trasuda sensualità. Poi fissando quell’ultima goccia di Soave prima di cacciarla in bocca, disse: “Io mi prendo quella che fa gli anni, tu le altre due”.




24 gennaio 2013

Il pallone ritrovato - REMAKE



Quando ero piccolo dicevo sempre che da grande avrei voluto fare il calciatore.
Avevo sei anni quando per il mio compleanno i miei amici mi regalarono un pallone. Ricordo ancora quanto fosse bello, ricordo ancora le parole mentre scartavo il pacco, Ma che cos’è questo regalo a forma di PALLONEEE, ricordo ancora la mia felicità subito dopo, una carta carbone che ha impresso nella mia memoria ogni singolo dettaglio di quel giorno. Era il modello con i pentagoni di cuoio bianchi più grandi e neri più piccoli rigorosamente cuciti a mano, cuciti a mano in Italia che il boom della cina ancora non c'era in quegli anni, almeno così sostiene mio cugino che in cina ci è stato.
Me lo avevano regalato con la scusa di poter giocare finalmente insieme con un pallone decente evitando quel dannato tango che cambiava direzione ad ogni soffio di vento.
Appena lo scartai non gli tirai neanche un calcio me lo portai subito in casa lo misi sul mio letto e lì ci restò gli diedi un bacio e scesi a scartare gli altri regali.
Quella stessa notte io e lui abbiamo dormito insieme e così tutte le notti a seguire di quella settimana e forse anche della settimana dopo. Non ricordo bene ma probabilmente ci ho passato almeno un mese intero abbracciato, quel pallone lo amavo proprio.
I miei amici mi insultavano perchè non ci volevo giocare con lui insieme a loro, il pallone era solo mio. Noi giocavamo insieme di notte sui campi verdi negli stadi, si perchè già che c'ero sognavo in grande non mi bastava il campetto sotto casa. Sognavo di giocare la finale del campionato del mondo e miliardi di persone a gridare il mio nome.
L'altro giorno è capitato che fossi a pranzo dai miei, prima di andare via sono passato in box a portare uno scatolone di cianfrusaglie. Per trovare dove appoggiarlo ho dovuto fare spazio. Ravana di qua e sposta di là, in fondo in un angolino impolverato indovinate che è spuntato fuori? Già proprio quel pallone.
Che ci crediate o no si ricordava ancora di me.
Ha detto gonfiami e l'ho gonfiato, poi ha detto rigonfiami che mi sto sgonfiando e io l'ho rigonfiato, una decina di volte almeno. Aveva la pelle scurita dagli anni di polvere ma neppure un graffio. Mi ha chiesto di portarlo a fare un giro gli ho risposto che non c'erano più bambini che erano cresciuti tutti. Si è messo a piangere ma così si è pulito dalla polvere rappresa.
Avrei voluto ci fosse Zacco lì con me compagno di tante partite, insieme saremmo riusciti a consolarlo senza immaginarci però che in fondo ce l'avrebbe fatta anche da solo.
Siamo saliti nel giardino fuori da casa mia dove da piccoli passavamo i pomeriggi a giocare e ho cominciato a palleggiare.
La vista del pallone ha richiamato l’attenzione di tre ragazzetti poco distanti intenti a fissare un cellulare, Pallone uno - IPhone zero.
Mi hanno chiesto di poter fare due tiri. Guardavo il pallone sorridere e gioire come mai prima d'ora, forse neanche quando eravamo io e lui a giocarci la finale mondiale contro il resto del mondo.
In quei miseri due passaggi ho avuto l’impressione che il mio pallone fosse riuscito a capire quello che non era riuscito a comprendere in vent’anni anni di vita, che farsi prendere a calci può perfino essere la cosa più bella del mondo se si realizza di essere nati per questo motivo.
A tirare calci ad un pallone si sa il tempo vola in fretta e per me si era fatto tardi, così l’ho preso in mano cercando il modo meno doloroso di congedarmi, l'ho guardato mi ha guardato ho capito. Ho squadrato il più piccolo dei tre ragazzi e gli ho detto, Il pallone è tuo te lo regalo ma giocateci insieme.
Con gli occhi traboccanti di gioia quel ragazzo mi ha ringraziato ha stretto a sè il pallone con un sorriso che neanche berlusconi quando vede una minorenne, mentre gli altri due amici gli gridavano, passa passa, e lui invece a stringerselo sempre più forte, Il pallone è mio lo ha dato a me giochiamo quando lo dico io.
Quella stessa sera al caldo sotto il piumone nell’immensità del mio letto ho sorriso lo stesso sorriso del mio pallone mentre veniva preso a calci e mi ho rivangato il motivo per cui preferisco il freddo nella parte sinistra del mio letto matrimoniale al trasporto della gelosia.
Non l'ho mai detto a nessuno ma io e il mio pallone quella finale mondiale contro il resto del mondo l'abbiamo vinta.
Mille volte almeno.



29 dicembre 2012

Non è tutto oro quello che luccica



Quando entrano in caserma gli ultimi due testimoni oculari chiamati a fornire la loro testimonianza su quanto assistito, sono quasi le diciannove e il caso pareva ormai archiviato, se non ufficialmente almeno nella sostanza, perché se ben ventitré persone, quarantacinque occhi in tutto, non trattandosi di un grossolano errore di calcolo o di una svista vera e propria ma di una semplice somma algebrica, nessuno con malformazioni genetiche come il possedere un occhio soltanto nel mezzo della fronte, ma il semplice avere una benda a cura di una forte congiuntivite per uno di quei sopra citati testimoni, se queste persone insomma hanno fornito la medesima ricostruzione dei fatti, si pensa che l’accaduto sia definito senza riserva.

Il maresciallo immagina di non impiegare più di cinque minuti con l’ultima coppia e allora, prima che essi entrano, compone il numero della moglie.

“Cara, tra un quarto d’ora esco dall’ufficio, tira fuori l’abito scuro dall’armadio e riponilo sul letto così sarò pronto in un baleno”.

I due testimoni nel frattempo, riferite le generalità all’appuntato preposto al caso, si accomodano sulle sedie poste davanti la scrivania del maresciallo, avendoli egli stesso invitati con un ampio cenno della mano.

Un colpo di tosse a schiarir la voce.

“Prego raccontatemi a grandi linee, quello che avete visto a proposito dell’incidente di stamattina”.

“Quella macchina pareva impazzita, ha attraversato l’incrocio con il rosso a una velocità folle, per quel pover’uomo non c’è stato scampo.”

Il maresciallo guarda ancora l’orologio per poi alzare lo sguardo verso il suo collaboratore, “Appuntato ha scritto tutto? Si metta agli atti che anche i coniugi Sallo hanno visto l’auto su cui viaggiava l’imputata guidare a forte velocità e investire, uccidendo sul colpo, il povero mendicante che ha come unica colpa l’essersi trovato al posto sbagliato nel momento sbagliato, vi ringrazio per il vostro tempo, ora l’appuntato vi accompagnerà all’uscita”. Cerca di terminare alla svelta l’ultimo rapporto di questa estenuante giornata e poter dedicare la serata alla moglie e alla passione di questa: l’Opera. Lei glielo aveva anticipato la mattina, prima che uscisse per andare a lavorare: “Alla scala non aspettano i ritardatari, non fare come al tuo solito”.

Pensa che a darsi una mossa potrebbe persino mettere qualcosa sotto i denti.

Si sporge in avanti tendendo loro la mano ma i due coniugi stanno seduti composti, senza alcun accenno di commiato, fissando il maresciallo dritto negli occhi.

“Non abbia fretta di andare, Signor Maresciallo, non è tutto oro quello che luccica”.

Un mancamento investe il maresciallo che si abbandona inerme allo schienale della poltrona. Il suo volto pare infastidito come avesse udito le urla isteriche della moglie blaterare qualcosa a proposito del suo solito ritardo. Lo sguardo è invece catturato dalla telecamera di sorveglianza posta appena fuori il suo ufficio, si ricorda così di tutte quelle volte in cui lui e i suoi sottoposti hanno sbobinato intere videocassette per cercare di cogliere, a volte con scarsi risultati, anche un solo piccolo e insignificante particolare che li aiutasse a mettere insieme i pezzi per completare il puzzle. Prende così un bel respiro, si arma della dovuta pazienza e li prega di continuare nel racconto della storia cercando tuttavia di non dilungarsi troppo in futili particolari. Pensa in fondo che il panino del bar del teatro che mangerà di lì a breve non è poi così male. Si sa tuttavia che il mestiere del portinaio vive soprattutto per gli argomenti frivoli, e se per questi militari il tempo è molto importante, come abbiamo appena visto, che alcuni casi vengono risolti e così i colpevoli acciuffati solo pochi minuti prima che il loro aereo con destinazione ignota li porti al riparo del giudizio maestro, per i 2 uccellini cinguettanti seduti davanti al maresciallo paiono invece il pasto di una giornata.

Con la pazienza di una nonna che racconta una storia sperando che la calma riposta in ogni parola riesca ad ammansire anche il più scatenato dei nipotini, allo stesso modo la moglie del portinaio inizia a raccontare i dettagli di quell’ormai noto incidente, sortendo invece nel maresciallo lo stesso sentimento del nipotino irrequieto che scalcia la nonna da sotto le coperte perché non vuole dormire. La divisa militare tuttavia vieta di scalciare i testimoni oculari di un incidente stradale e così il maresciallo si mette in ascolto.

“Il Gianni abita nel palazzo dove noi lavoriamo come portinai”, dice la donna mentre indica il marito seduto al suo fianco.

“O meglio, ci abitava fino a stamattina quando è avvenuto il penoso investimento, si dice così?”, pronuncia lui rivolto alla moglie.

“Investimento sì, penso sia corretto caro”.

“Per favore, uno alla volta e guardate me quando parlate, altrimenti non ci capiamo per nulla, appuntato, scriva tutto mi raccomando”.

I due testimoni si guardano ancora una volta, senza parlarsi decidono che sia l’uomo ad aprire le danze, del resto da che mondo è mondo, è questo il ruolo che compete al sesso forte.

“Il Gianni lavorava come venditore per un’importante azienda nel comparto alimentare, era furbo e astuto, una volpe nel suo settore, sarebbe riuscito, come si suol dire per quelli bravi in questo campo, a vendere del ghiaccio perfino agli eschimesi. Poi però perse il lavoro perché l’azienda per cui lavorava andò in malora come accadeva spesso anche con le scatole di fagioli che vendeva e che ogni tanto finivano anche nella nostra dispensa. In breve tempo restò senza il becco di un quattrino. S’inventò quindi la professione del mendicante, pensi che si era fatto togliere un incisivo per apparire più buffo e per suscitare ancora più tenerezza nelle persone e rimediare magari qualche spicciolo in più. Lui sorrideva sempre, sorrideva a tutti e mostrava quella finestrella aperta nella sua bocca, il suo buon umore era contagioso come uno sbadiglio, a guardarlo ti veniva da sorridere. Nonostante tutto, sorrideva e salutava chiunque, chi gli dava soldi o solo qualcosa da mangiare, sorrideva anche a chi non aveva niente da donare, salutava chiunque, ricchi o poveri, cattolici o mussulmani, ragazzini o anziani”.

“Abbiamo inteso, prego continui, anche se non capisco cosa centri tutto questo con l’incidente”.

“Centra eccome Signor Maresciallo, centra eccome.” Dice la moglie a manforte del marito che continua come se niente fosse.

“Era garbato nei modi, conosco gente che se la mattina si alzava con la luna di traverso, allungava la strada per passare da quell’incrocio e raddrizzarla con il sorriso sdentato del Gianni”.

Il portinaio racconta nel dettaglio di come la gente abbia cominciato a riempirgli le tasche di elemosina, perché Il Gianni è diverso dai soliti mendicanti, perché se con tutti gli altri si è costretti ad abbassare lo sguardo ogni qual volta qualcuno di questi si avvicina alla macchina a chiedere due lire, che a non vedere la sofferenza ci si sente meno in colpa per la mancata carità, ben altra cosa sarebbe se fossero tutti come lui, perché non c’è sofferenza nel suo sguardo, perché lui ti sorride e ti mette a tuo agio, non intacca i sensi di colpa, non chiede nulla, sta lì e saluta, sorride e aspetta, tutto qui.

“Ah se fossero tutti come il Gianni”, e qui il portinaio conclude con un sorriso amaro.

“Vi ringrazio per la vostra deposizione, signori, farò in modo di infliggere la massima pena possibile a quella donna che ha ucciso una così brava e sfortunata persona, chiedendo qualche favore potrei riuscire a fare avere l’ergastolo a quella sconsiderata che forse lo ha ucciso per derubarlo della tanto meritata, mai come in questo caso, elemosina.”

Se ha capito la natura di quei due portinai, spera con queste parole di saziare la fame tipica delle iene e rabbonirle potendo così levare i tacchi dalla caserma. La lancetta dei minuti parlava chiaro, non c’era tempo nemmeno per una doccia, forse giusto una rinfrescata veloce prima di affogare nel profumo per non dare l’idea di aver avuto una giornata difficile al lavoro. L’immagine della moglie silenziosa non lo rallegrava affatto perché sa che il silenzio di una donna arrabbiata è un’arma ancora più dolorosa.

“Pazienti ancora un poco Signor Maresciallo, adesso arriva il bello”.

Il cuore del maresciallo smette di battere per qualche attimo, non cade dalla poltrona solo perché i braccioli lo bloccano in posizione. Il bambino che tanto ha scalciato la povera nonna ha esaurito tutte le energie e si arrende ora beato tra le sue braccia, attento finalmente alla storia bisbigliata.

“Dopo un primo consistente flusso di soldi elemosinati, la gente ha preso a rispondere al sorriso del Gianni con un sorriso di rimando e niente più, neanche gli spiccioli del resto del caffè del bar. Nemmeno più un ciao come va oggi, che a tirar giù il finestrino entrano i fumi di scarico delle macchine in sosta al semaforo e dopo un epico momento di gloria ora i soldi guadagnati dal suo buon umore non bastano più”. La portinaia ha colto nel segno e l’attenzione del maresciallo lo ridesta dal fissare l’orologio.

“Si sa che i grandi sopportano di più lo stomaco vuoto, ma il figlioletto del Gianni deve pur mettere qualcosa sotto i denti e così costringe la moglie a, come si può dire, a…”

“Signor Maresciallo, quello che mia moglie vuole dirle, ma che per decenza non ne è capace, è di come Il Gianni abbia costretto la moglie ad andare per strada a cercar clienti.”

“A mendicare anche lei?”, chiede incredulo il maresciallo.

“Non proprio Signor Maresciallo, si vede che lei è una persona a modo, Il Gianni, quel villano, l’ha costretta a battere, a prostituirsi”, dice la portinaia questa volta con molta meno decenza dimostrata solo pochi attimi prima.

Il maresciallo dimostra il motivo per cui riceve tredici mensilità dall’arma dei carabinieri e il suo intuito gli fa chiudere il cerchio. Il fatto che la vittima fosse senza documenti aveva reso impossibile il collegamento con la donna alla guida dell’auto assassina. Gli otto rintocchi dell’orologio a cucù lo portano dalla moglie esausta nell’attesa. Si è messa al volante della macchina regalata dal marito per farsi perdonare di uno dei suoi proverbiali ritardi, la immagina passare l’incrocio a folle velocità superando il rosso del semaforo perché in ritardo per lo spettacolo. La sente gridare, ancora una volta, mentre investe quel pover’uomo, questa volta vestito non di stracci ma con la divisa da Maresciallo dei Carabinieri. I suoi occhi, rivissuta la scena del crimine, tornano vivi.

“Appuntato ormai abbiamo capito com’è andata, non faccia nulla per oggi, domani parleremo con la moglie del Gianni, le troveremo un bravo avvocato e con le attenuanti del caso e un po’ di pazzia dovuta alla miseria, vedrete che il tutto finirà a tarallucci e vin santo.”

Saziate le iene, esce dall’ufficio dirigendosi a grandi falcate verso l’ascensore che lo porta al parcheggio nel seminterrato. Sale in macchina e a folle velocità si dirige verso casa.

La strada lo conduce proprio all’incrocio in cui è avvenuto l’omicidio quella mattina. Il piede destro autonomamente si spalma sul pedale del freno. Il Maresciallo accosta la macchina, scende e si dirige verso la zona in cui pensa che sia avvenuto l’omicidio da parte di quella povera donna. Si fa il segno della croce perché non sta a lui giudicare le anime. Si china verso un mazzo di fiori, posato probabilmente nel punto in cui deve essere passato a miglior vita, o a peggiore se esiste davvero una giustizia divina. Prova pena e timore allo stesso tempo. Si ricorda di tutta quella gente che gli voleva bene ma si sorprende del fatto che ci sia un solo mazzo, così scruta tra i fiori sperando di trovar qualche biglietto che ne riabiliti il nome. In fondo è conosciuto ai più come una brava persona che dona allegria e amore. Non si sorprende, tuttavia, quando si accorge che i fiori del gianni sono di plastica.